PIETRO NARDINI (1722-1793)

Sonata in sol maggiore

Allegro

Adagio

Allegro Assai


GIUSEPPE CAMBINI (1746-1825)

Sonata Seconda in sol maggiore

Allegro

Adagio

Rondò Allegretto Brioso

 

MUZIO CLEMENTI (1752-1832)

Sonata Prima in sol maggiore op.13

Allegro moderato

Rondò Allegretto

 

GIOVANNI BENEDETTO PLATTI (ca. 1700-1763)

Sonata in sol maggiore op. III n. 2

Grave

Allegro

Largo

Allegro Molto

 

PIETRO ANTONIO LOCATELLI (1695-1764)

Sonata Decima in sol maggiore

Largo

Allegro

Minuetto (con variazioni)

Durata: 01h 01’

ALAIN MARION 

Alain Marion ottiene a 14 anni il Primo Premio del Conservatorio di Marsiglia, sua città natale, dove studiava sotto la direzione di Joseph Rampal. Si trasferisce a Parigi per seguire le lezioni di Jean Pierre Rampal. Dal 1961, vincitore del concorso Internazionale di Ginevra, dà numerosi concerti per la "Jeunesses Musicales de France". Nel 1964 viene nominato flauto solo dell'Orchestra da Camera dell'ORTF. Membro dell'orchestra di Parigi alla sua creazione, poi flauto solo dell'Orchestra Nazionale di Francia ed anche dell'Ensemble Intercontemporain, Alain Marion ha lavorato sotto la direzione di direttori prestigiosi come Munch, Bernstein, Karajan, Boehm, Klemperer, etc. Le sue tournée l'hanno portato in tutta Europa, nel Nord Africa, nel Sud America, nell'America centrale, nel Canada, negli U.S.A., in Oriente. Interprete di opere sia classiche che contemporanee, è stato chiamato a suo-nare da solista con C. Scimone, J. Martinon, K. Richter, L. Berio, P. Boulez, etc. Alain Marion è solista dell'ORTF e di numerose radio straniere. È stato invitato ai Festival di Bordeaux, Menton, La Rochelle, Aix-en-Provence, Hong-Kong, Wynegards... Incide per la Erato, la Denon e Armonia Mundi. È professore del Conservatorio Nazionale Superiore di Musica di Parigi e professore all'Accademia Internazionale Estiva di Nizza e Salisburgo. 


DANIELE ROI

Daniele Roi ha studiato con MicaelaMingardo Angeleri e successivamente an-che con Paul Badura-Skoda, Franco Gulli ed Enrica Cavallo, Huguette Dreyfus. Attivo in Italia ed all'estero, ha registrato per vari enti radio-televisivi collaborando tra l'altro con Riccardo Chailly, Uto Ughi, Bruno Giuranna, Peter Lukas Graf, Kenneth Gilbert e stabilmente con Alain Marion e Jean Pierre Rampal. Svolge anche attività di clavicembalista con diverse orchestre da camera tenendo concerti in Europa, sud America, Australia, ed effettuando incisioni discografiche comprendenti musiche strumentali ed operistiche. Di rilievo, inoltre, la partecipazione all'opera di Vivaldi "Orlando Furioso" al Theatre duChatelet di Parigi nel 1981 con Marilyn Horne. Daniele Roi è nato a Padova dove è titolare della cattedra di pianoforte principale.

Nardini, Clementi, Locatelli, Platti, Cambini

Le composizioni di autori italiani del Settecento, che il disco presenta, sono tipiche di una tendenza della musica strumentale, che intorno alla metà del secolo divenne dominante e che costituì il ter-mine di riferimento immediato per gli autori del Classicismo; assieme al diffondersi in tutta Europa dei virtuosi italiani, infatti, si diffondeva uno spirito nuovo che andava anche definendo una nuova estetica della musica. Pur partendo da premesse barocche e pur utilizzando ancora del Barocco alcune tecniche caratteristiche come il basso continuo (in questo disco, la sola eccezione è costituita da Clementi, autore peraltro più tardo), essi puntavano su una musica sempre più legata alla sensibilità, una musica fatta di abilità virtuosistica e, quindi, animata dalla volontà di destare una commozione non traumatica, di gradevolezza e, quindi, portatrice di un diletto non problematico, ecc. Come già nel campo del melodramma (che va visto come il vero riferimento ideale e stilistico della musica strumentale settecentesca), in cui trionfava il modello "napoletano", anche nel campo strumentale ci si affidava sempre più alla semplicità: modulazioni elementari, strutture regolari e ripetitive, tematismo elaborato per lo più con criteri ornamentali, ecc. I compositori italiani qui presentati (con la solita eccezione di Clementi) documentano proprio la transizione dal Barocco al Galante, humus su 'cui crebbero quei compositori europei, tedeschi in primo luogo, ai quali si devono modelli compositivi ed estetici, che funzionarono fino al romanticismo ed oltre. Ad esempio, chi ama la prospettiva storica può qui cogliere concrete anticipazioni della "Forma-Sonata", cioè della tipica organizzazione formale del periodo degli Haydn e dei Mozart purché ciò non porti a giudicare "minori" questi autori rispetto ad essi per il fatto che la "Forma-Sonata", quando appare, presenta quasi sempre irregolarità rispetto al modello posteriore. È invece molto più interessante capire che la varietà delle soluzioni formali (dal mono- al bitematismo, dalla bi- alla tripartizione, per non parlare dell'ordine di ripresentazione dei temi) rispondeva direttamente a necessità espressive individuali, senza essere ancora costretta in schemi definitivi. 

Ma il disco documenta anche il fatto che, dopo il violino, altri strumenti sta-vano raggiungendo il rango di solisti: tra questi, nel secolo dell'Illuminismo molta fortuna ebbe presto il flauto, tanto da essere spesso indicato come alternativo proprio al violino. È significativo che molti compositori di brani flautistici furono in primo luogo violinisti (qui, Nardini, Cambini, Locatelli e anche Platti), mentre al flauto vennero applicati anche i moduli ornamentali del violinismo, in cui larga parte aveva l'improvvisazione estemporanea; e di ciò Marion e Roi, come si può notare, danno ampia dimostrazione soprattutto nei ritornelli. La Sonata di Pietro Nardini (Livorno, 1722 - Firenze, 1793) mostra una completa adesione ai nuovi ideali: scomparso il contrappunto, la composizione si impernia su linee melodiche ornate e su una chiara e semplice struttura armonica appena animata da qualche "sorpresa" che, proprio perché rara, balza con maggiore evidenza all'ascolto. I temi sono scarsamente sviluppati, a dimostrazione che egli preferì puntare sull'effetto immediato derivante dalle loro caratteristiche, piuttosto che sulle qualità dell'elabora-zione. Se i tempi estremi (Allegro e Allegro assai) sono sostanzialmente basati su due elementi tematici e su un'ornamentazione brillante, quello centrale (Adagio) ha nella cantabilità del solista, peraltro fortemente fiorita, la sua cifra stilistica. La Sonata di Muzio Clementi (Roma, 1752 - Evesham, Inghilterra, 1832) è una piccola composizione sul tipo delle Sona-tine di moda nel secondo Settecento, quando il sempre più folto pubblico dei dilettanti richiedeva brani di minore impegno esecutivo. Quest'opera appartiene al genere delle Sonate per strumento a tastiera con accompagnamento (questa era l'espressione usata) di altro strumento, poiché era il primo ad avere un ruolo essenziale, potendo il secondo essere omesso. Pur con questi limiti, essa è comunque un esempio tipico del gusto del tempo, non tanto perché il basso continuo è scomparso, quanto piuttosto per-ché vi regnano grazia, semplicità, cantabilità salottiera, immediatezza. I due movimenti presentano rispettiva-mente una struttura di "Forma-Sonata" (con eccezioni) e di Rondò, in cui il penultimo episodio è un caratteristico "minore". Con Pietro Locatelli (Bergamo, 1695 - Amsterdam, 1764), straordinario frutto del violinismo italiano di discendenza corelliana, facciamo ritorno al periodo di uscita dal Barocco. Infatti, se il modello dei primi due movimenti pare essere vivaldiano tanto sul piano espressivo (Largo) che su quello virtuosistico (Allegro), il conclusivo Minuetto variato appartiene invece ad un'atmosfera del tutto galante e certamente, in questo caso, assai meno interessante a causa delle scontate variazioni del tema, tutte uniformemente basate di volta in volta su di un solo espediente. A Giovanni Benedetto Platti (Venezia, ca. 1700 - Würzburg, Germania, 1763) fu negli scorsi decenni attribuita l'invenzione della "Forma-Sonata"; se ovvia-mente ciò non è più sostenibile, va tuttavia riconosciuta al veneziano una forte carica innovativa proprio in dire-zione dell'estetica musicale classica non solo per motivi formali, ma anche per motivi contenutistici. Ciò appare chiaro anche da questa Sonata che, pur esteriormente barocca (la successione dei tempi sul tipo della Sonata da chiesa, l'uso del continuo, ecc.), apre ai nuovi ideali settecenteschi con l'accattivante grazia del primo tempo, con il nobile e talvolta drammatico sentimentalismo del terzo, con la brillantezza dello scattante finale, ma soprattutto con le ampie dimensioni del secondo, in cui è riconoscibile una moderna organizzazione formale. Con la Sonata di Giovanni Giuseppe Cambini (Livorno, 1746 - Bicétre, Parigi, 1825?) siamo in presenza di uno stile "facile", giocato tra un virtuosismo tipicamente galante e di impronta violinistica (come nel primo movimento in "forma-sonata", nel quale tuttavia brillantezza e dinamismo sono talvolta interrotti da episodi sentimentali) ed un sentimentalismo senza conflitti che però, come nel secondo tempo, è capace di catturare per la sua malinconica cantabilità. Il finale, un grazioso rondò, presenta, infine come di consueto un episodio principale (il primo) alternato ad altri due. 

Federico Marri

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